27 GENNAIO: GIORNO DELLA MEMORIA

PER NON MI DIMENTICARE AUSCHWITZ

 

Non è sempre bella la memoria.

A volte è scomoda, dolorosa, imbarazzante; meglio offuscarla dai ricordi se proprio nasconderla non si può.

Ricordare Auschwitz,  Birkenau e altri campi di sterminio è difficile.

Accettare la vita che fu là dentro è angosciante.

Dimenticare è impossibile.

“ARBEIT MACHT FREI” dicevano i cancelli di Auschwitz; “IL LAVORO RENDE LIBERI”.

Ma i giovani non hanno voluto cancellare gli errori del passato e, dopo sessant’anni dall’ apertura di quei cancelli, hanno voluto ricordare insieme il genocidio che tolse la vita a 6.000.000 di ebrei.

Si sono riuniti al Paladozza di Bologna più di 7.000 adolescenti da tutta l’Emilia-Romagna per ascoltare con le loro orecchie e per vedere con i loro occhi una delle poche donne sopravvissute, Liliana Segre.

La testimonianza di Liliana Segre ha lasciato attoniti i ragazzi e i loro stessi professori, che, come loro, non volevano credere, ascoltare, vedere quello che era ed è tuttora la verità.

75190 è il numero che le ha rubato l’identità <<Lo porto con onore, è l’orrore di chi mi ha fatto questo>>.

Le sue parole entrano come fiumi nell’animo dei ragazzi.

<<Sono entrata ad Auschwitz a soli 13 anni, con mio padre, ma all’ingresso del campo di sterminio mi hanno diviso da lui; non sapevo che non l’avrei mai più rivisto>> dice Liliana Segre con voce forte, accompagnata da silenzi che risvegliano i suoi dolori <<Avevo paura, ma la voglia di vivere era tanta che superavo con finta indifferenza quei corridoi, nuda, osservata e toccata dai Tedeschi ed era proprio nel momento in cui mi dicevano “ YA” che nel mio silenzio scoppiavo dalla gioia e ringraziavo Dio che mi aveva permesso di essere ancora in vita>>.

L’orrore che vedeva giorno dopo giorno ad Auschwitz la tramutò in una lupa, furba ed egoista, schiava delle SS.

Non si giustifica.

<<Ricordo che durante l’ultima selezione ero così entusiasta e piena di voglia di vivere, che, quando vidi che la mia compagna di lavoro in fabbrica, che due o tre giorni prima aveva perso due falangi, fu mandata nelle camere a gas, non mi voltai a salutarla per l’ultima volta, andai avanti, pensando solo a me stessa>> una sosta di silenzio irrompe nella grande sala, di sottofondo solo qualche singhiozzo.

<<Il dolore e il rimorso per non aver salutato quella ragazza ancora mi feriscono, ma fino a che io ne terrò vivo il ricordo, lei non morirà>>

Altre pause di silenzio per soffocare quel dolore.

Un forte e caloroso applauso vibra in tutta la stanza.

Più di 7.000 persone che fino a poche ore prima non volevano credere, ora credono, con le lacrime agli occhi concordano una verità che fino a quel momento hanno ovattato nei loro pensieri.

Liliana alza la mano in segno di silenzio.

<<Non chiudete gli occhi davanti agli orrori della storia, perché, come dice una scritta su un muro di Auschwitz, chi non conosce la storia è destinato a riviverla>>.

 

M. Veronica 3B