Un ragazzo in carriera

 

Leonardo il 27 settembre uscì dalla doccia calda e si infilò un accappatoio nero. Camminava verso il phon con le gocce che gli scivolavano sul viso. Mentre si asciugava i capelli pensava a tutte le fatiche che lo aspettavano. Beh! definirle fatiche! Per lui erano fatiche. Tipo fare i compiti, andare dal parrucchiere e chiedere ai suoi genitori il permesso di uscire.

 

   

In fondo aveva 12 anni e non conosceva i veri problemi come la fame nel mondo, le catastrofi naturali o le guerre. Cioè li conosceva ma non li sentiva davvero come problemi. Sapeva che erano cose terribili, ma per quanto si sforzasse non riusciva a piangere tutti i morti del pianeta. Anche se non lo ammetterà mai, lui sente più come problemi la sorella che lo ricatta, un compito che non capisce o una cosa persa. E’ normale che pensi più a se stesso che agli altri e che sia un po’ egocentrico. Spento il phon si buttò sul letto.
 

Aveva voglia di stare lì tutto il giorno. Non aveva voglia invece di andare a mangiare fuori. Veramente erano ben poche le cose che voleva fare: andare al cinema con gli amici, guardare la tv e cose così. Si lamentava molto, non riusciva a farne a meno. Ma il fiume di pensieri che passavano per la sua mente si volatilizzarono in una nube, interrotti da sua madre che lo chiamava. Prima di alzarsi pensò: come è duro avere 12 anni! Si hanno quelle sensazioni strane e frustranti, come l’angoscia che poi diventa disperazione, oppure ci si sente vuoti, privi di sentimenti, ogni tanto stupidi, altre volte brillanti, si cambiano idee e opinioni con la stessa frequenza di come prendi l’autobus. Si agisce sempre d’impulso.

Viene voglia di piangere in mezzo alla strada, oppure sorridere senza motivo. Ti senti mutare. Rammenti ricordi di mesi e anni fa che ti appaiono come flash. Questo è ciò che ci rende speciali, unici: pensare alle disgrazie elencate come la lista della spesa dalla rotta e spenta voce del TG e solo dopo concentrarsi sulle proprie quotidiane incombenze. Leonardo scese dalle scale sbuffando.

Sbuffare era un’arte per lui. Un elogio alla pigrizia. Inspirava a pieni polmoni e poi buttava tutto fuori. A volte sbuffava a ritmo. Salì in macchina e appoggiò la testa sul finestrino. Guardava fuori. Guardava la gente pensare e marciare come robot senza vita. Lui aveva un dono. Il dono di immedesimarsi nei pensieri di una persona, in una situazione. Forse era per questo che era distratto. Le strisce bianche sulla strada, dopo avere preso velocità, sembravano una sola. E’ dura essere un adolescente “in carriera”. Di Andrea S. 2°B