ALLARME BULLISMO

Proposte ed iniziative per arginare il problema

 

Troppi gli studenti che subiscono prepotenze. Da un’indagine condotta alle scuole medie Guercino è risultato che la metà dei ragazzi è stata vittima di atti di sopruso.

Il 20 novembre è stata la giornata mondiale a difesa dei diritti dei ragazzi.

Le cronache più recenti, però, ci dicono come questi diritti vengano continuamente calpestati e, cosa ancora più grave, frequentemente coloro che commettono tali crimini siano coetanei, altri adolescenti che trovano nella pratica del cosiddetto “Bullismo” l’unico modo per affermarsi e farsi notare.

 

E così vengono compiuti diversi atti di prevaricazione: prepotenze contro i più deboli, umiliazioni nei confronti di chi, per paura o incapacità, non è in grado di difendersi, violenze vere e proprie verso vittime scelte per la loro impossibilità a ribellarsi.
Ma tutto questo spesso non è sufficiente. Molto meglio riprendere le scene principali con il telefonino, e magari fare girare le clips fra i compagni di classe, così che tutti si rendano conto della grandezza di chi li ha realizzati. E poi, ancora, far girare gli stessi filmati su Internet, dove il numero degli spettatori è davvero infinito: perché, a quanto pare, l’espandersi del bullismo è sempre legato alla ripresa e alla messa in circolo che consente di realizzare il sogno di diventare protagonisti a tutti i costi. Sembra essere la necessità principale, e lo si capisce dal successo ottenuto dai cosiddetti “Reality show”, dai videogames sempre più interattivi e realistici, da una rete telematica che dimostra di non avere regole: “la violenza diventa normalità, e con essa si può essere protagonisti” dice il Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni (“il Resto del Carlino” giovedì 23 novembre).E proprio lui, in accordo con numerosi presidi, ha lanciato la proposta di vietare i telefonini a scuola.

Ma non è l’unica iniziativa studiata per arginare e tentare di risolvere un problema che diventa sempre più grave e che colpisce, oltre il nostro paese, tutta l’Europa soprattutto Regno Unito e Francia. (L’Italia si aggiudica tristemente il terzo posto - “Repubblica” lunedì 20 novembre).

 

Dopo il caso del disabile umiliato da alcuni compagni nel liceo Steiner, la Regione Piemonte ha predisposto la creazione di sportelli d’ascolto con educatori e psicologi, e lo stanziamento di denaro alle scuole per insegnare ai professori a riconoscere il malessere e a prevenirlo.

 

Il pacchetto di proposte prevede anche attività di sostegno da offrire ai più deboli, come disabili e stranieri che faticano a seguire il programma.

Ed anche Bologna prende provvedimenti specifici. Tutti i presidi delle scuole della nostra città sono stati convocati dal dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale Paolo Marcheselli, e già da marzo si sperimenterà, a rotazione, l’apertura pomeridiana delle scuole medie e superiori offrendo attività ricreative: musica, giochi, compiti fra i

banchi, insomma tutto ciò che il nostro Istituto Guinizelli ha proposto ed effettuato con riscontro e successo da tempo.

 

E sono tante le iniziative similari nate spontaneamente nella nostra città. Alcune già consolidate, altre in via di realizzazione: sono stati definiti “gli oratori laici”, una specie di risposta “civile” alle esigenze di quelle famiglie che lamentavano la mancanza di strutture sane di aggregazione per i loro figli. E queste, insieme alle tradizionali proposte delle parrocchie bolognesi, saranno certamente un luogo di riferimento importante per i giovani.

Anche a livello penale si discute della grave soluzione. C’è chi propone di abbassare l’età di punibilità, perché i giovani d’oggi sono molto più precoci di quelli di qualche decennio fa.

C’è chi sostiene che non sia importante punire, ma studiare il modo più adeguato di recuperare il minore che ha commesso questo genere di reato e rieducarlo. C’è chi, invece, come lo stesso Fioroni ribadisce come “l’attuale senso di tolleranza dimostrato nei confronti di questi terribili episodi, porta ad assuefarsi e ad adattarsi, senza avere più il senso di rispetto per la dignità della persona”.

Io credo che la cosa importante sia il fatto di aver riconosciuto la presenza del problema: adesso bisogna parlarne, e far capire ad ogni studente che tutti possono improvvisamente diventare  le vittime, ma che è possibile uscirne denunciando coloro che commettono queste ingiustizie, senza avere paura.

 

Il terrore e l’omertà aiutano il bullismo.
LA CONFESSIONE
Sono il meglio, il re, il capo,insomma il bullo della scuola. Quando passo mi guardano con rispetto, ammirazione: sanno che nessuno è più bravo di me con lo scooter, che attraverso i semafori rossi ad occhi chiusi per sfidare la sorte, e che vinco sempre io. Lo sanno anche Cane e Nico, che sono miei amici, ma che non sono i loro veri nomi. Cane lo chiamano così perché ha la faccia schiacciata come quei mastini che sembrano aver preso troppi pugni sul grugno.  E li ha presi davvero, da suo padre, ogni volta che tornava a casa ubriaco. Nico sta per Nicotina, fuma come un turco e ha le dita gialle che non viene via nemmeno con la candeggina. Ed anche i denti sono gialli, e alle ragazze non piacciono, forse è per questo che lui preferisce stare sempre con me e i raga. Formiamo una banda inseparabile: niente è impossibile per noi, che insieme siamo più forti, che mettiamo paura quando camminiamo col cappuccio fin sugli occhi, alla Eminem. E questo ci dà la carica, Usciamo tutte le sere, andiamo a bere qualche birra, anche se abbiamo solo 14 anni, ma a noi i documenti non li chiede mai nessuno e se rompono mandiamo il fratello di Cane a comprarcele. I soldi ce li danno i nostri vecchi, che noi diciamo che servono a scuola e per comprarci la merenda al bar (“Ma quanto mangi, figlio mio, che non ti basta mai un solo panino!”). Oppure ce li procuriamo noi, vendendo i cellulari che raccattiamo in giro, per i corridoi della scuola, nelle tasche degli stupidi pischelli che li lasciano abbandonati. E pure le merende ci regalano, quei defi!

A scuola non ci vado quasi mai, è una gran noia. E se ci vado ho voglia di divertirmi.

E allora spavento quello str**** di fighetto che viene sempre a scuola con la Porsche di papà, e gli taglio le gomme del motorino, gli scrivo con la bomboletta spray che è uno sf*****, gli sputo in faccia, e Cane e Nico ridono, e anche tutti gli altri, e lui se ne va e non dice niente perché sa che in tasca ho sempre il coltello. E che so usarlo.

 

 

Oppure leghiamo in bagno quello storpio della 2 G, che non sa nemmeno parlare e ci fa morire dal ridere quando lo facciamo strisciare sui pavimenti luridi. E se ci va lo filmiamo anche col telefonino, così poi ridiamo ancora tutte le volte che lo guardiamo, e lo facciamo vedere anche a quei ********* che non ci credono che l’abbiamo fatto.
La preside non ci prova nemmeno più a sgridarmi o mettermi delle note. Tanto sa che me ne frego. E sa che anche mia mamma se ne frega. Ogni tanto mi sospende, per far finta di “affrontare il problema Rimondi”, che poi il problema Rimondi sarei io. Anche se tutti mi conoscono come “Drago”.

Io ne approfitto per dormire la mattina, e andare al bar a giocare ai videogames, quelli di guerra, o quelli che devi ammazzare tutti per essere il numero uno. Quando torno a scuola sono ancora più forte, lo leggo negli occhi di chi mi passa vicino e ha quasi paura a sfiorarmi.

Per loro io sono quello che “viene sempre sospeso, ma non gliene frega niente, nemmeno della preside, perché è uno tosto”. Lei mi fissa e mi dice che farò una brutta fine, che andrò in riformatorio se non la smetto. E chi se ne frega anche di questo. Meglio il riformatorio che questo schifo di scuola  e questo schifo di famiglia che mi ritrovo.

 

 

 

A casa ci sto poco, è più noioso che a scuola. Mio padre se ne è andato da anni, e mia madre sembra non essersene accorta e continua ad urlare con lui che non c’è. Lei guarda sempre la tele, il programma dei pacchi, poi la tele novella, poi il programma della De Filippi che la fa piangere anche di più che quando litiga con mio padre.

Non parliamo mai, non mi ascolta mai.

 

Tanto vale stare fuori casa, in giro con gli amici, tanto lei non se ne accorge nemmeno che non ci sono.

Ho un fratello, che non è come me: lui è quello bravo, che non dà preoccupazioni, quello che diventerà avvocato come Perry Mason (che piace tanto a mia madre), o medico come George Clooney in E.R. (che anche questo piace tanto a mia madre più di Perry Mason) o uno dei R.I.S. di Parma (basta che faccia qualcosa che fanno in TV e mia madre è contenta). E invece è un bastardo, che fa solo finta di essere bravo perché così lei non gli rompe le scatole.

 

Una volta non era così. Mia madre sì, dico la mia vita. Avevo un amico che si chiamava Matteo. Abitava in una casa non troppo grande, molto più brutta dell’ampio appartamento nel quale vivo io, con i muri sempre umidi, anche d’estate. Ma era una casa bella, piena d’aria bella, piena d’amore. Suo padre ci insegnava a costruire gli aquiloni con la carta colorata e con lunghe code inanellate. Sua madre ci preparava la merenda al cioccolato, oppure il gelato, e poi di corsa in cortile a giocare, con il nostro nuovo aquilone sotto il braccio, e i bigliettini che scrivevamo e infilavamo come perle nella corda dell’aquilone e, come per magia, salivano in alto, sempre più in alto a sfidare il cielo e le nuvole.
Aveva la mia età, ma sembrava avesse il doppio dei miei anni. Era altissimo, e anche grosso. Parlava poco, ma mi voleva bene. Ci guardavamo in faccia e sapevamo di essere amici, fratelli per sempre.Io ero uno stecco, pallido e con occhiali troppo spessi per un bambino, troppo spessi per non essere preso in giro da quelli più grandi.

 E allora arrivava Matteo, che urlava e cacciava via tutti, solo con la potenza della sua voce, movendo nell’aria le sue grandi braccia e le sue enormi mani. Mani di amico. E io ero salvo.

Poi Matteo se ne è andato in un’altra città, molto lontano e non ci siamo più visti.

E non c’è stato nessun Matteo ad aiutarmi. E nessuno mi consolava dalle umiliazioni che mi davano a scuola, e mia madre era troppo presa dalle sue urla e dalla sua tv.

 

E ho imparato che per sopravvivere non devi avere gli occhiali, ma essere pronto a tirare un cazzotto sui denti, prima che qualcuno lo tira a te.

E ho imparato che per non aver paura devi fare paura agli altri.

E ho imparato che se tua madre non ti ascolta, fai meglio a non parlare.

E sono diventato il meglio, il re, il capo, insomma il bullo della scuola.

 

Chissà che fine ha fatto Matteo.”

La “Confessione” è completamente frutto della mia immaginazione. Ho tratto spunto dagli articoli dei quotidiani letti in queste ultime settimane, servizi realizzati ai TeleGiornali ,testi di canzoni che trattano i disagi giovanili. Ho cercato di immaginare cosa può passare nella mente di un “bullo”, forse niente, ed è questo il problema più grave.

 

articolo di Martina T.                          

 pagina web di Alberto D. M.