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| Articolo di Marta P. |
Pagina web di Luca a: e Jay P.V. |
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| Ciò che vedo dalla mia camera non mi
attira più di tanto |
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Sarebbe un’esperienza emozionante,
probabilmente, cambiare la visione circostante: mi piacerebbe avere di
fronte un muro bianco panna, dall’imbiancatura in certi punti scrostata,
un muro invaso, a destra, da ridenti e proliferanti foglioline
d’edera. |
| Magari il muro di una vecchia casa
abbandonata, molto misteriosa. Una casa sulla quale costruire qualche
storia, facendo correre la fantasia. Ad esempio, una storia come
questa……… |
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Quella casa, mi aveva raccontato la
nonna, era stata abitata da una bambina che aveva circa la mia età, al
tempo della seconda guerra mondiale (lo sapeva perché sua madre, nonché la
mia bisnonna, la conosceva). Sfortunatamente era rimasta orfana dei
genitori, durante un bombardamento, e pochi giorni dopo non la videro più.
Era stata deportata. Era ebrea. |
| Così la casa era stata abbandonata e
di lei non si era saputo più nulla. |
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- Fine della storia – diceva la nonna, ma io pensavo,
segretamente, che non poteva essere finita, doveva esserci qualcosa,
qualcosa di sconosciuto a tutti. |
| Dopo averci rimuginato sopra per un
bel po’, decisi di scavalcare il muro. |

La sera di quel caldo aprile, senza farmi sentire dal mio
fratello gemello, Filippo, misi un paio di pantaloni corti, un t-shirt
nera, gli scarponi e una borsa a tracolla; dopotutto non era distante il
muro dalla finestra, si poteva tentare |
| Feci un respirone e saltai. Mi
aggrappai alla grondaia e, camminando lungo il muro, trovai una finestra
rotta, entrai: mi trovavo in una stanza polverosa, una sedia rovesciata mi
stava quasi facendo inciampare. |
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Vidi uno scrittoio, un letto senza
materasso e tante foto sparse sul sudicio pavimento; doveva essere stata
la stanza dei genitori. |
| Uscii. Di fronte mi si presentava una
porta sprangata. Entrai. Era tutto sottosopra. |
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Un armadio senza ante a terra, uno
strano comodino a dir poco squarciato. Tanti libri disseminati per la
stanza... |
| Ero terrorizzata. Attraversando
cornici, cocci di piattini infranti, arrivai ad un libro, allo stesso
tempo interessante e stropicciato, in un angolo, quasi nascosto; la
copertina era marrone. |
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Lo aprii, una bella calligrafia
diceva: " Caro diario ti scrivo per
confidarmi con qualcuno che non mi dica di tacere. Mi chiamo Lucia Pieri,
ho dodici anni e sono nata a Trento nel 1929. |
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Non mi
hanno voluto spiegare il perché, ma ci siamo trasferiti in questa nuova
città, Bologna, tre anni fa. Qui ci sono i nostri zii che ci
"proteggeranno" hanno detto mamma e papà e nel giro di cinque mesi andremo
più a sud; essere ebrei di questi tempi è pericoloso. |

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Mi hanno
cacciata da scuola quando eravamo a Trento e, prima, avevano licenziato
papà dalla fabbrica di radio. Così
abbiamo capito che era meglio andarcene. |
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Da lì a
poco non avevo più visto la mia migliore amica, Maria Carlangeli, anche
lei ebrea. |
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Ho
paura, tanta paura, sarai il mio più caro confidente ? |
| "Lucia
Pieri Bologna martedì 9 gennaio 1941" |
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Avevo capito ! Era quello che serviva a dimostrare a
tutti che la storia del muro non era finita. C’erano documenti della vita
della ragazzina; l’enigma era risolto ! Ritornai alla finestra da dove ero
entrata e, mettendo il diario nella borsa, notai una cosa: la parte dietro
era bruciata. |
| Aprii l’ultima pagina e lessi: " Sono arrivat…." Il resto era bruciato. |
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Ecco, concludendo, desidererei che di
fronte alla mia finestra ci fosse un muro pieno di segreti, domande e veli
di mistero. |