Lettera ad un internato :

a Liliana Segre

Cara Liliana,

oggi mi sento pronto a scriverti in seguito ad una accurata riflessione sulle tue parole, che mi hanno tanto toccato. Per cominciare io non credo che tu sia una codarda, come invece dicevi, perché là dentro, nel campo di sterminio di Auschwitz, non credo ci sarebbe stata una sola persona in grado di reagire diversamente da come hai fatto tu.

Come hai detto, è dentro a quell’orribile campo, che hai imparato a scegliere sempre la vita, anche se hai dovuto rinunciare a molto per questo.

Le cose che mi hanno colpito di più del tuo racconto sono state: la pietà che avevano di voi i prigionieri del carcere di San Vittore a Milano (dove avevano rinchiuso te e tuo padre), che a parer mio, è stato un fantastico gesto di bontà e voglia di vivere; ma soprattutto di misericordia verso persone che venivano condannate a morte perché appartenenti ad una religione diversa o solo per la colpa di essere nate (questa è un’altra delle tue frasi che mi ha molto colpito, perché esprime l’incapacità di trovare una ragione al più grande genocidio di tutti i tempi).

Perché gli ebrei sono stati uccisi? Forse per odio o per il fatto che abbiano teoricamente ucciso Cristo? Nessuna ragione può però giustificare l’uccisione di più di sei milioni di persone innocenti.

Ho trovato strano che alla tua testimonianza ci fosse qualcuno che riusciva a distrarsi sentendoti parlare, ascoltando uno dei racconti più tristi che una “nonna” possa raccontare ai suoi “nipoti”, solo per parlare con il proprio amico.

 

 

 

Io penso di aver reagito in maniera giusta al tuo racconto: ho immaginato di essere assieme a mio padre vittima di ciò che tu raccontavi; il solo fatto di immaginarlo è bastato per farmi rabbrividire e quasi commuovere.

C’è gente che non crede nell’uccisione di sei milioni di ebrei; ma come si fa a non crederci? Ci sono foto, documenti, ma cosa più importante testimoni di quello che è successo; ma c’è chi si ostina a non credere anche dopo aver udito le parole di un sopravvissuto, nessuno riesce a far provare le emozioni che può suscitare un testimone quando racconta la sua storia. Bella o brutta che sia è comunque impossibile da ignorare.

Ti stimo per il tuo coraggio di criticare le tue azioni davanti a settemila persone; una cosa veramente ammirevole, io non avrei neanche avuto il coraggio di parlare davanti a settemila persone, figuriamoci fare autocritica.

Un’altra cosa, che ti vorrei dire, e per la quale ti ammiro è il tuo attaccamento alla vita. Al tuo posto io non avrei saputo cosa fare, se vivere o lasciarmi uccidere, non credo ce l’avrei fatta.

 

Ciao

Francesco C.