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Cara Liliana,
oggi mi sento pronto a scriverti
in seguito ad una accurata riflessione sulle tue parole, che mi hanno tanto
toccato. Per cominciare io non credo che tu sia una codarda, come invece
dicevi, perché là dentro, nel campo di sterminio di Auschwitz, non credo ci
sarebbe stata una sola persona in grado di reagire diversamente da come hai
fatto tu.
Come hai detto, è dentro a
quell’orribile campo, che hai imparato a scegliere sempre la vita, anche se
hai dovuto rinunciare a molto per questo.
Le cose che mi hanno colpito di
più del tuo racconto sono state: la pietà che avevano di voi i prigionieri
del carcere di San Vittore a Milano (dove avevano rinchiuso te e tuo padre),
che a parer mio, è stato un fantastico gesto di bontà e voglia di vivere; ma
soprattutto di misericordia verso persone che venivano condannate a morte
perché appartenenti ad una religione diversa o solo per la colpa di essere
nate (questa è un’altra delle tue frasi che mi ha molto colpito, perché
esprime l’incapacità di trovare una ragione al più grande genocidio di tutti
i tempi).
Perché gli ebrei sono stati
uccisi? Forse per odio o per il fatto che abbiano teoricamente ucciso
Cristo? Nessuna ragione può però giustificare l’uccisione di più di sei
milioni di persone innocenti.
Ho trovato strano che alla tua
testimonianza ci fosse qualcuno che riusciva a distrarsi sentendoti parlare,
ascoltando uno dei racconti più tristi che una “nonna” possa raccontare ai
suoi “nipoti”, solo per parlare con il proprio amico.
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