La nostra vita dopo l’apocalisse

di Francesco C. 3°h

 

I corpi di centinaia di persone morte. La furia degli elementi. Il pianto e la disperazione sul volto dei sopravvissuti. La devastazione di terre, case, campi. L’anno  2004 si è chiuso per noi con una serie di immagini strazianti che,  ancora una volta, ci ricordano che siamo tutti parte di un comune destino: condividere il pianeta in cui viviamo e le responsabilità per le conseguenze delle ferite che a questo pianeta continuiamo ad infliggere. In Indonesia,  ma in tutto il Sud-est asiatico, si è scatenato l’inferno: il mare, dopo essersi ritirato, si è riversato sulle isole dell’arcipelago distruggendo tutto e tutti.

Gli organismi internazionali hanno stimato 156.000 morti e migliaia  fra dispersi e feriti. A causa di rischi di epidemie, gli Stati del  mondo  si sono uniti per dare  sostegno ai terremotati dell’Indonesia. Medici, ingegnerI, volontari, militari: tutti si sono dati da fare per aiutare queste popolazioni tanto lontane ma ora molto vicine a noi. Molti soldi sono stati raccolto per questi scopi fra tutte le genti del mondo.

Alcune persone , però, si sono dichiarate contrarie a questo progetto di ricostruzione dell’Indonesia e un giornalista ha scritto “ La natura ha annientato, travolto, rifiutato la nostra presenza. Deve essere un segnale, deve farci capire che abbiamo perso via via contatto con l’essenza della vita sulla terra; che dobbiamo lavorare per ricongiungerci col mondo cos’ì com’era prima che l’uomo lo modificasse fin quasi a sfigurarlo”.                                          

  Questa affermazione mi ha sconcertato e mi fa riflettere.