Intervista

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biografia di Helga Schneider

a cura di  Francesco D'A.

Helga Schneider è nata in Polonia  alla vigilia della guerra, cresciuta a Berlino, rimpatriata in Austria, vive in Italia a Bologna dal 1963.

Nel 1941, insieme a suo fratello, fu abbandonata dalla madre per motivi che scoprirà solo da adulta con grande sofferenza: a quel tragico ricordo ha dedicato un libro “Lasciami andare madre”.

Altre sue opere sono “ Il rogo di Berlino” nel 1995,  “ Porta di Brandeburgo” nel 1997 e “Stelle di cannella” .

 
 
Ciao!
La bambina col fiocco bianco è la piccola Helga; accanto a me c'è mio fratello. La foto nacque per volere di nostra nonna che ci condusse in un buio e cupo atelier fotografico a Berlino dove per l'occasione ci prestarono la palla e il peluche. Il quale peluche alla fine dell'operazione generò un piccolo
dramma perché il mio fratellino non voleva più mollarlo. Ci furono strilli e lacrime di collera.
Eravamo nel 1941, mio fratello aveva poco più di un anno e mezzo e io quattro. Era per noi bambini un momento difficile perché nostra madre aveva appena abbandonato la famiglia per potersi dedicare anima e corpo ai suoi compiti di membro e ausiliaria delle SS. Nostro padre invece era al fronte per combattere per "il Führer e il Vaterland", per lui sicuramente un
dovere sgradevole derivante dal fatto che nel 1938 l'Austria, il suo paese natio, era stata annessa al Terzo Reich.
Solidale con la nostra tragedia familiare, la madre di papà si era precipitata dalla Polonia per occuparsi di me e mio fratello.
Mia nonna era una donna eccezionale: amorevole e severa nello stesso tempo, razionale ma anche impulsiva, intelligente e dal cuore semplice, pratica ed in ugual misura poetica in modo disarmante. Mio fratello e io capivamo per la prima volta il significato della parola amore. Un amore pieno, disinteressato, generoso, materno.
Uno dei miei dolori più laceranti fu quello causato dalla partenza della nonna.
Dopo aver saputo che papà intendeva risposarsi, lei se ne ritornò in Polonia dove, insieme ad alcuni parenti, gestiva un piccolo podere.
La vita con la matrigna fu per me una guerra nella guerra. Lei aveva accettato solo mio fratello, per cui, con un futile pretesto, mi internò prima in un istituto per bambini problematici e poi in un collegio di rieducazione.
Bombe, terrore, fame, solitudine: questa è stata la mia infanzia.


 

Dicembre 1944

Uno dei ricordi che sarebbero rimasti incancellabilmente fissati nella mia mente era il soggiorno nel bunker del Führer.
L'ultima dimora di Adolf Hitler era frutto di un'architettura senza futuro, un angusto dedalo di morte nel quale, malgrado l'atmosfera umida, malsana e opprimente, vigeva fino al momento estremo una disciplina ottusa e pedante. Fu grazie a una delle astruse mosse propagandistiche del ministro Joseph Goebbels che mio fratello e io, insieme ad altri gruppi di bambini berlinesi "privilegiati", eravamo stati trasformati nei "Piccoli ospiti del Führer", anche se io in quel bunker non mi sentivo ospite ma prigioniera. Mi mancava l'aria, soffrivo di crisi di panico e avevo l'impressione che da quel luogo non sarei uscita viva. Solo il cibo, che arrivava puntuale e abbondante, riusciva a conciliarmi appena un poco con quella strampalata vacanza da talpa che dovevo alla mia zia acquisita che lavorava nel "Propagandabüro" di Goebbels.

E lo incontrammo, il Führer, e non credevo ai miei occhi!

Mentre Hitler avanzava verso di noi, io lo fissavo trattenendo il respiro. Camminava piano, le spalle lievemente incurvate, il passo strascicato. Pensavo: sarebbe questo l'uomo che aveva fatto delirare le folle come aveva raccontato il nonno? Io invece vedevo un vecchio dai movimenti stentati. Notavo un lieve tremolio alla sua testa, e il braccio sinistro pendeva inerte lungo il suo fianco come se fosse di gesso. Ero incredula, tremavo di ansia e nervosismo. E finalmente, dopo aver dato la mano ai primi bambini della fila, toccava a me. Ecco, mi trovavo dinnanzi al Führer del Terzo Reich! Mi sembrava alto, ma forse perché io ero solo una bambina.

Adolf Hitler mi tese la mano e mi fissava negli occhi. Malgrado l'aspetto decadente aveva lo sguardo ancora fermo e penetrante che mi intimoriva. Nelle sue pupille c'era uno strano luccichio come se un folletto ci ballasse dentro.
 

 

 

La stretta del Führer era molle, la mano calda e sudaticcia. Ne ero sconcertata ricevendone un'impressione così sgradevole da essere tentata di ritirare la mia, ma mi dominai.

Adolf Hitler mi chiese: "Come ti chiami?"

"Helga!", risposi troppo vivace. Mi dimenticai di aggiungere "mein Führer" come mi era stato raccomandato.

La faccia del Führer era sciupata. Intorno agli occhi si spiegava un fitto ventaglio di rughe e la pelle era floscia. Solo i baffetti ben tagliati benché ormai radi e grigi mantenevano un barlume di consistenza fra quei lineamenti sfatti. Ma lo sguardo...no, lo sguardo era ancora magnetico e penetrante.

Quando la mano del Führer si ritirò dalla mia provai un senso di sollievo. Senza dire altro Hitler passava oltre e una donna, che reggeva un cesto, mi consegnava una barretta di marzapane.

Era finita. Toccava a mio fratello.

Cinque minuti di Storia, forse avrei dovuto dimenticarli. E invece sono rimasti ostinatamente fissati nella mia mente.

Nitidi e indelebili. Aprile 1945

Nel 1945 la guerra finì, con l'occupazione della forza vincitrice. Ma non finirono la fame e il caos.
Infine mio padre ritornò reduce, e presto decise di rimpatriare al suo paese d'origine.
Nel 1948 abbandonammo definitivamente la Germania