Articolo a cura di Claudia C. 3H

Pagina web a cura di Chiara M. 2H

 

 

In questi ultimi tempi si è dibattuto molto  su questo argomento. Quando Piergiorgio Welby  ha chiesto  di poter  far staccare il respiratore che lo teneva in vita, i membri del Consiglio superiore della sanità, hanno detto no: quello a Piergiorgio Welby non era accanimento terapeutico, pertanto non aveva il diritto di rifiutare le cure.

Questo è ciò che il Consiglio superiore ha affermato per le terapie di Piergiorgio, che era costretto a vivere grazie ad una macchina, ormai da qualche anno. Aveva  chiesto però di “staccare la spina”, essendo giustamente stanco di soffrire.

 

 

Si è aperta, quindi, allora come oggi, una discussione a proposito delle scelte di Welby, ma i membri del Consiglio non avevano acconsentito, mentre la situazione dell’uomo non cambiava.

Il presidente del consiglio Superiore spiegava anche che quello per Welby non era accanimento terapeutico, perché era un uomo lucido, in grado di intendere, con grande intelligenza e capacità di vita e proposta.

 

Il chirurgo e presidente della Commissione igiene e sanità del Senato, Ignazio Mareino, aveva scritto, invece, una lettera a Welby spiegandogli la situazione e le possibilità.

Scriveva che voleva mantenere Piergiorgio attaccato alla macchina così che non dovesse soffrire per il dolore e l’indebolimento che sarebbero stati causati dalla cessazione della cure. Gli consigliava, infine, di lasciarsi iniettare dei farmaci che gli avrebbero dato sollievo, almeno durante la notte, della sofferenza quotidiana, e acconsente anche ad “esaudire” le sue richieste.

Questa lettera era stato un gesto molto gentile nei confronti del paziente e mi è sembrato che il dottore si fosse preso davvero a cuore questo caso e che lo avesse seguito con interesse e attenzione.

Qualche giorno dopo il rifiuto del Consiglio Superiore della Sanità, Welby ha voluto che fosse staccata la spina; un medico si è fatto carico di esaudire il suo desiderio e Welby  è morto.

Con la sua morte però non si è chiuso il caso; molti che si trovano nelle sue stesse condizioni hanno avanzato la stessa identica richiesta e sono riesplose le discussioni etiche legate all’argomento eutanasia.

 

Mi ha colpito, invece, che il governo italiano non abbia pensato a delle norme che stabiliscano come e con quale modalità poter esercitare il diritto di scelta sulle cure e sui trattamenti da parte del cittadino, e ci pensi solo ora che si è verificato un caso e che un malato ha chiesto di poter interrompere le sue sofferenze.